La gemma nascosta di Pentedattilo nella punta dello Stivale

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La cima composita di Monte Calvario si scorge già dalla ss 106, all’altezza di Melito Porto Salvo, praticamente dal mare. Costeggiando la fiumara di Annà e cominciando a salire, però, gli scorci diventano molto più interessanti e non si può che rimanere ammirati di fronte a un paese incastonato tra le dita di una gigantesca mano di pietra. Quasi a picco sul panorama mozzafiato dello Stretto di Messina, il borgo è tutto rivolto verso la vicina Sicilia e sembra davvero sorretto sul palmo di una mano che spunta dalla terra per proteggerlo e tenerlo in bella mostra.

Cinque dita di pietra

Il paesaggio è da cartolina. Chiunque con una buona macchina fotografica può tornare a casa con scatti suggestivi del borgo il cui fascino è già nel nome: Pentedattilo, ovvero pente daktylos, dal greco cinque dita. Ma se il panorama entusiasma, una passeggiata tra i vicoletti con le case che sorgono a ridosso della roccia arenaria e si fanno spazio in mezzo a una rigogliosa vegetazione risulta ancor più evocativa. Ciò che colpisce sono i numerosi fichi d’india, le rocce dalle forme insolite che spuntano ovunque e spesso sovrastano le case. Il paese è un paese fantasma. Abbandonato a partire dall’Ottocento, conserva intatto tutto il suo fascino.

Una piccola città fantasma dalla lunga storia

Seppur oggi disabitato, Pentedattilo ha alle spalle una lunga storia. Il paese, infatti, ha origini greche non solo nel nome. È stato fondato intorno al 600 a.C. ed era una colonia calcidese. Successivamente, è stato un fortino di controllo sulla fiumara Sant’Elia, che rappresentava un accesso alla parte alta dell’Aspromonte. Dal 1660 in poi, invece, è diventato patrimonio di famiglie nobiliari che se ne passavano il feudo in compravendite o eredità.

La mano del diavolo

Nel Settecento il paese fu sconvolto da una vicenda sanguinaria nota come la strage degli Alberti, epilogo cruento dello scontro tra due nobili famiglie che, tra spose promesse e nozze mancate, lasciarono alla spada il compito di metter fine alle loro antiche rivalità. Da questa storia, raccontata nel romanzo di Andrea Cantadori “La Tragedia di Pentidattilo”, hanno preso il via numerose leggende: le cinque dita di pietra che incorniciano il paese vengono spesso indicate come “la mano del diavolo”, a causa del sangue che in mezzo ad esse è scorso a fiumi. Ancora oggi il borgo è protagonista di storie di fantasmi che attraverso la voce del vento reclamerebbero giustizia.

Il terremoto del 1783 determinò l’inizio di uno spopolamento continuato negli anni successivi fino al completo abbandono del paese. Dei vecchi fasti rimangono tracce nei ruderi del Castello, nella Chiesa dei SS. Pietro e Paolo e in quella della Candelora. Un altro aspetto che fa di  Pentedattilo un posto assolutamente da visitare è il panorama ampissimo.  In un solo sguardo si riesce a osservare la vallata con il letto del fiume, lo Stretto di Messina e in fondo la Sicilia.

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Riscoprire la città fantasma

Le bellezze naturalistiche, il fascino storico e leggendario che avvolge il piccolo borgo arroccato hanno, fortunatamente, determinato negli ultimi anni l’avvio di numerose iniziative da parte di associazioni culturali volte a far rinascere Pentedattilo. Ogni anno a fine luglio, da qui parte, infatti, il “Paleariza”, festival di musica internazionale nei luoghi della calabria grecanica (http://www.paleariza.it ). Interessante è poi il Pentadattilo film festival, concorso internazionale di cortometraggi che, dal 2006, offre la possibilità di sfruttare la scenografia naturale della “mano del diavolo” a cineasti provenienti da tutto il mondo (http://www.pentedattilofilmfestival.net/ ).